Editoriale

Come avviene per le scosse telluriche, anche quando i mercati oscillano, non tutti i sistemi produttivi reagiscono allo stesso modo. La differenza sta nella qualità del prodotto, certo, ma anche nella struttura che lo sostiene. È qui che si apre una frattura netta tra le produzioni lasciate all’indistinto.
Le produzioni inserite in filiere governate riescono, almeno in parte, a contenere gli effetti delle oscillazioni; le produzioni indistinte le subiscono integralmente.
Nel lattiero-caseario italiano questa dicotomia è tornata evidente negli ultimi mesi. Il crollo del prezzo del latte spot ha riportato in primo piano la fragilità di una materia prima-commodity esposta alle dinamiche internazionali dell’offerta. Il ritorno del dossier Mercosur aggiunge un ulteriore elemento di pressione, legato a una concorrenza costruita su regole produttive non omogenee.
In parallelo, i prezzi del Parmigiano Reggiano (per citare l’apice del sistema Dop) hanno mostrare una tenuta significativa, confermando come le filiere Dop rispondano a logiche diverse.
Segnali che rendono più leggibile la frattura tra filiere governate e produzione indistinta: da una parte filiere strutturate, capaci di trasformare regole, controlli e standard in valore economico; dall’altra produzioni che restano indistinte, esposte alla dinamica pura dei mercati, dove il prezzo riflette surplus, importazioni, oscillazioni della domanda e delle strategie industriali che portano a decisioni prese sempre più lontano dalla stalla.
E a questo punto torniamo alla domanda: quale spazio c’è, per una produzione nazionale ad alti costi, fuori dai sistemi Dop?
Non tutto può diventare Dop, né avrebbe senso immaginarlo.
Ma restare indistinti significa accettare una vulnerabilità strutturale, che si accentua ogni volta che i mercati imboccano fasi di forte instabilità e la competizione si gioca prevalentemente sul prezzo.
Il nodo è il meccanismo di valorizzazione su cui costruire una differenza economica.
Le Dop mostrano come una filiera possa trasformare vincoli produttivi in valore di mercato. Fuori da quel perimetro, tuttavia, il problema non è semplicemente l’assenza della Dop, ma l’assenza di un governo di filiera.
Oggi, infatti, fuori dalle Dop non esiste una strategia comune: prevalgono comportamenti individuali, legittimi ma non coordinati, incapaci di costruire un’identità tecnica, qualitativa, strategica, economica, condivisa.
In questo vuoto puntare sull’italianità rischia di restare un richiamo generico, privo di forza reale.
Quindi?
Per diventare un fattore di mercato l’italianità, non potendo presupporre una filiera che non c’è, deve precederla. Deve farsi progetto, insieme di impegni riconoscibili, standard condivisi, elementi verificabili anche in assenza di un disciplinare vincolante come per le Dop.
Non conta solo dove un prodotto nasce, ma come viene realizzato e governato. Senza questa costruzione il valore non si consolida.
Questo passaggio riguarda direttamente il rapporto con il consumatore. Se esso non riconosce l’italianità come valore, non è disposto a pagarla. E se non la paga, la filiera non ha alcun incentivo economico a riconoscerla a monte.
Quando invece quell’italianità è resa comprensibile nelle sue peculiarità, comunicata adeguatamente e resa desiderabile, si crea una disponibilità più alta e più stabile a pagare una cifra superiore.
Non serve l’universalità: è sufficiente che interessi segmenti significativi di domanda, in grado di fare da apripista.
A quel punto il meccanismo si muove. La distribuzione difende quei prodotti perché funzionano a scaffale. L’industria si adegua e la produzione può rivendicare un valore che il prodotto di importazione non ha. È tutta una questione di convenienza economica per tutti: non esiste altra leva.
In assenza di questo percorso, l’italianità resta fragile: un bel tricolore, ma che non incide sulla volatilità dei mercati e non attenua i rischi legati alle aperture commerciali decise nei palazzi.