Dopo dieci anni dal primo caso riscontrato in Europa, la dermatite nodulare contagiosa del bovino è arrivata in Italia e Francia. In questa breve nota facciamo il punto su questa patologia trasmessa prevalentemente da artropodi.

Da diversi decenni si assiste al ripetuto irrompere di nuovi agenti patogeni nel territorio dell’Unione Europea. Molto spesso si tratta di microorganismi, più frequentemente virus, rimasti da tempo immemorabile confinati in aree più o meno vaste che hanno progressivamente ampliato il proprio areale geografico talora interessando anche altre specie animali. In alcuni casi questi patogeni si spostano in modo repentino e imprevisto anche a grande distanza dal loro, definiamolo così, habitat naturale, raggiungendo in un balzo altri continenti.
In questo scorcio di fine giugno-inizio luglio 2025 è la volta del virus della dermatite nodulare contagiosa del bovino o “Lumpy Skin Disease” (LSD). Una malattia scoperta in Zambia meno di un secolo fa e che, con passo lento, ma continuo, ha raggiunto l’Europa. La prima volta, dieci anni fa, in Grecia e parte dei Balcani, oggi in Italia e Francia.
È difficile al momento valutare compiutamente la reale diffusione in queste aree. In Sardegna si riscontra un modesto numero di focolai che vanno progressivamente incrementando in alcuni territori comunali tra loro confinanti o limitrofi, localizzati al confine delle province di Nuoro e Sassari. Se alcuni casi ora solo sospetti fossero confermati, si giungerebbe a oltre dieci focolai al momento della chiusura di questo breve report. A questi vanno aggiunti un focolaio in provincia di Mantova ormai estinto e, come detto, un focolaio in Francia, a Chambéry, nella Savoia, a 80 chilometri circa dal confine con l’Italia.
Una patologia trasmessa passivamente da vettori
Il virus della LSD fa parte della famiglia Poxviridae genere Capripoxvirus ed è antigenicamente correlato al virus del vaiolo della pecora e a quello della capra.
Le modalità di trasmissione della LSD sono plurime, ma solitamente prevale, ed è epidemiologicamente più significativa, quella mediata da svariate tipologie di artropodi ematofagi (ad esempio mosche, zanzare, zecche), che trasmettono passivamente il virus senza che questo si replichi al loro interno. Tale modalità, comunque molto efficiente sulla breve distanza, non consente una diffusione tra gli allevamenti così rapida come avviene in altre malattie trasmesse da vettori “attivi”.
A questa modalità di trasmissione si associano quelle che avvengono tramite lo spostamento di soggetti infetti, specie se in incubazione (durata 1-5 settimane), con i mezzi di trasporto, materiale contaminato, prodotti di origine animale.
Sommariamente nel bovino i primi segni clinici sono lacrimazione e secrezione nasale, accompagnati da febbre bifasica (oltre 40,5 °C), che persiste per una settimana o poco più, tumefazione dei linfonodi. I segni più tipici compaiono successivamente e sono rappresentati da noduli (1-5 cm), che possono essere generalizzati o ristretti a testa, collo, perineo, mammella, genitali e arti. I noduli solitamente si ulcerano nel volgere di circa sei settimane, andando a formare centralmente una crosta che può persistere per mesi.
In questa breve nota non vi è spazio sufficiente per approfondire il tema ulteriormente. La presenza di periodi di incubazione relativamente lunghi, l’ampia platea di vettori, la stagione calda lasciano presumere che il numero di focolai potrebbe continuare ad aumentare, si spera transitoriamente, anche in seguito all’esito delle indagini veterinarie che sono state immediatamente avviate.
L’esperienza accumulata durante la prima epidemia in Europa, la provata efficacia delle misure di profilassi dirette e vaccinali allora adottate fanno sperare che le attività di contrasto alla malattia riusciranno a limitare prima e ad arrestare in un tempo relativamente breve l’ulteriore diffusione della malattia.
Articolo di Manlio Fadda, Professore associato di Malattie Infettive, Dipartimento di Medicina Veterinaria, Università di Sassari
Testo aggiornato al 06-07-2025.