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Vitellaia: partire bene conviene

Webinar di grande spessore il 9 aprile scorso, per iniziativa di Virbac, che ha visto protagonista il vitello. Tema fondamentale, perché una vacca produttiva e longeva è il risultato di un vitello sano.

vitellaia box multipli


Il 9 aprile scorso si è tenuto un webinar, organizzato da Virbac, dedicato alla migliore gestione della vitellaia. Gian Luca Bassi, Marketing Director Virbac, ha presentato i relatori e ha moderato l’evento che ha visto un numero estremamente elevato di partecipanti, a dimostrazione dell’importanza del tema. 
 
Dall’enterite neonatale alle malattie respiratorie


Sandro Cavirani, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Medico-Veterinarie dell’Università di Parma e relatore della serata, ha sottolineato l’importanza di avere vitelli sani perché un giorno possano diventare vacche produttive e longeve. Non si può infatti trascurare la partenza per poi dover rincorrere il problema nel corso della vita produttiva dell’animale.


Dai dati ottenuti mediante un’intervista telefonica che ha coinvolto 15 buiatri, riguardante la prevalenza di enterite neonatale negli allevamenti da loro seguiti, è emersa una situazione variegata. Gli allevamenti possono presentare una situazione ipo-endemica, quindi con un’incidenza del 10-20% e con mortalità occasionale, iper-endemica, con più del 20% di incidenza e una mortalità significativa o ad andamento epidemico, quindi con morbilità e mortalità elevate, di solito concentrate in determinati periodi stagionali (neonatal mortality storming).

 

In alcuni casi il problema è assente, quindi l’incidenza di diarrea è al di sotto del 10% in assenza di mortalità. Ma il dato più interessante è che 4 intervistati su 15 hanno dichiarato di non avere informazioni precise al riguardo e ciò vuol dire che non sono coinvolti nella gestione della vitellaia degli allevamenti che seguono. Eppure esiste una correlazione che lega la salute del vitello alla produttività e alla salute della vacca da latte adulta.


Per entrare nello specifico, è stato condotto uno studio caso-controllo in 11 allevamenti da latte di razza Frisona. Lo studio ha seguito la carriera produttiva di 150 vitelli che hanno manifestato una grave enterite neonatale (casi), confrontandola con quella di 150 soggetti che non hanno presentato tale problema (controlli). Partendo da un peso alla nascita sovrapponibile per i due gruppi, già a 6 mesi i casi presentavano una sensibile diminuzione del peso vivo rispetto al gruppo di controllo, con un divario ancor più accentuato a 15 mesi di età.

 

Per quanto riguarda la produzione di latte, gli animali che da giovani avevano presentato episodi diarroici gravi hanno fatto registrare un ammanco di 760 kg di latte rispetto ai soggetti che non avevano avuto il problema. Ciò si traduce in una perdita economica di 350-450 euro per capo, senza contare altre spese, come ad esempio quelle per i farmaci.

 

Inoltre, nel gruppo dei casi il 16% dei soggetti ha manifestato problemi respiratori entro i 6 mesi di vita e il 19% ha sviluppato forme respiratorie a carattere recidivante, contro il 9% e l’11% rispettivamente tra i controlli. La spiegazione di questo aumento delle problematiche respiratorie nei soggetti con pregressa enterite risiede nella cosiddetta microbial translocation, che consiste nel passaggio dei batteri localizzati a livello enterico attraverso una barriera intestinale la cui permeabilità è stata compromessa dalla patologia, con localizzazione nelle vie respiratorie tramite trasporto per via linfoematogena.

 

La causa dell’aumento di recidive, invece, è da ricercare nella differente conformazione polmonare del bovino rispetto agli altri mammiferi. Il bovino è un polipnoico e possiede una rete bronchiale più complessa, presentando un polmone suddiviso in 8 lobi, contro i 5 di un cavallo. Inoltre, mentre negli altri mammiferi gli alveoli sono connessi tra loro, nel bovino abbiamo la presenza di setti interlobulari e interalveolari, i quali creano una condizione anatomica che non consente la clearance batterica. Per cui, se da un certo punto di vista ciò determina una protezione all’ingresso dei batteri, è anche vero che, una volta riusciti a entrare, i batteri non ne escono. Viene a determinarsi di conseguenza un’infezione cronica latente.

 

Inoltre, il rapporto fra il peso dell’animale e il volume polmonare è più che dimezzato nel bovino rispetto al cavallo, mentre il consumo di ossigeno è 2 volte e mezzo quello del cavallo. Ciò determina, a causa della prepotenza produttiva, uno sbilanciamento fra superficie ossigenante e massa corporea da ossigenare. Purtroppo, infatti, la capacità polmonare non si è evoluta di pari passo con l’aumento delle capacità produttive per il quale le bovine sono state selezionate e l’animale deve fare fronte a questo squilibrio aumentando gli atti respiratori (polipnea). In presenza di sequestri batterici polmonari, lo stato di polipnea fisiologico associato agli stress respiratori di varia origine, come ad esempio una situazione di caldo umido, e alle virosi respiratorie, che fungono da gate opener, si trasforma in una vera e propria patologia respiratoria, che necessita di un intervento terapeutico perturbante il ménage aziendale nel suo complesso, oltre ad essere causa di perdite produttive.


Non solo fattori microbici: il ruolo dell’FPT


Alla base di tutto ciò abbiamo fattori microbici e fattori extra-microbici. La componente microbica è costituita da virus, batteri e parassiti, spesso associati fra loro in un singolo animale, complicando non poco la possibilità di arrivare a una diagnosi eziologica causale precisa. È importante comunque non fermarsi al sospetto clinico formulato sulla base delle caratteristiche della diarrea, ma occorre perseguire una diagnosi mediante accertamenti di laboratorio. Esistono anche dei kit che possono essere usati in stalla e che consentono di analizzare un campione di feci. Si tratta di una soluzione comoda, semplice e veloce, che tuttavia non consente di rilevare la presenza concomitante di altri patogeni, situazione che viene invece evidenziata se ci si rivolge al laboratorio, che permette di completare la diagnosi eziologica.


Ma occorre guardare oltre il fattore microbico e indagare, ad esempio se in azienda vi siano problemi di FPT (Failure of Passive Transfer, o fallimento del trasferimento passivo colostrale). Tra i fattori che determinano una situazione di FPT vi sono quelli legati a una scarsa qualità del colostro in termini di concentrazione di anticorpi (IgG, o immunoglobuline G).

 

Per valutare la qualità del colostro esistono sistemi di laboratorio e kit di campo. In laboratorio il colostro viene posto in una soluzione sodio-solfito e viene poi valutato il grado di torbidità che si viene a creare. Maggiore è la torbidità e più alta è la concentrazione di anticorpi. Oppure si possono utilizzare dei sistemi di campo che offrono una valutazione quali-quantitativa.

 

Il colostrometro è lo strumento più comunemente usato in azienda per valutare la qualità del colostro. Si tratta di un densimetro che permette di valutare se la qualità del colostro sia buona o meno, in modo da poter immediatamente comprendere se la causa dell’FPT sia ascrivibile al colostro. Perché questa valutazione abbia senso, deve essere effettuata su un alto numero di animali, in maniera da contestualizzare i valori individuali, così da definire la reale condizione dell’allevamento. Infatti, ciò che preme comprendere è scoprire se l’allevamento è interessato dal problema, non il singolo vitello. In base all’esperienza del relatore, un allevamento ha problemi di FPT se il 30% dei vitelli è coinvolto. La valutazione individuale acquista invece importanza qualora si voglia stoccare il colostro migliore in una banca del colostro.


Secondo la tradizione il colostro della pluripara è migliore di quello della primipara per il fatto che la pluripara ha avuto più tempo per entrare in contatto con i patogeni. In realtà, il tempo che una primipara ha trascorso in stalla è più che sufficiente per entrare in contatto con i germi presenti in allevamento, quindi il corredo di immunità specifica è sovrapponibile. Andando ad analizzare il colostro e il siero dei vitelli sono i numeri stessi a smentire quanto indicato dalla tradizione. Infatti, il contenuto anticorpale, sia nel siero del vitello che nel colostro, è simile nel caso in cui si tratti di una pluripara o di una primipara, la quale invece, a causa della minor montata lattea, potrebbe disporre di un colostro meno diluito e quindi più usufruibile dal vitello.


Attenzione al colostro


Una volta stabilito che l’allevamento ha un problema di FPT è necessario individuare la causa. Il fallimento del trasferimento passivo colostrale può essere causato da mancata assunzione colostrale. Un parto particolarmente difficile, infatti, può portare a inibizione del riflesso della suzione nelle prime ore di vita. La tempistica di assunzione del colostro è fondamentale, in quanto strettamente correlata alla capacità di assorbimento degli anticorpi. A 6 ore dalla nascita, infatti, l’assorbimento è del 66%, per poi scendere al 12% dopo 24 ore.

 

Le prime 24 ore di vita del vitello sono cruciali a causa della ridotta attività proteolitica abomasale, che consente agli anticorpi di non essere degradati dagli inibitori enzimatici, ma anche dell’elevata presenza di recettori specifici sugli enterociti che consentono il superamento della barriera colostrale da parte degli anticorpi, che possono giungere in tal modo al circolo ematico attraverso i vasi linfatici.

 

Tuttavia, anche se da evitare, una condizione di FPT dovuta a un ritardo nell’assunzione del colostro non determina necessariamente l’insorgenza di enterite neonatale. Per i patogeni enterici, infatti, è efficace una somministrazione anche tardiva, purché prolungata di colostro. Questo perché gli anticorpi raggiungono comunque il lume intestinale e, anche se non sono assorbiti a livello sistemico, possono sconfiggere i patogeni che si trovano nell’intestino, sito in cui si gioca la partita contro la diarrea neonatale.


Spesso, pur correggendo eventuali errori nella colostratura, il problema non si risolve. Occorre quindi andare a cercare altre cause. Una di queste può essere insita proprio nell’alta produttività della bovina. Una produzione di latte molto elevata, infatti, può determinare un effetto di diluizione colostrale, anche a causa della precoce montata lattea. Ne consegue che il contenuto complessivo di IgG sul totale del colostro prodotto è corretto, ma risulta carente per unità di volume assunto dal vitello, che non riesce ad assumerne più di un certo quantitativo.

 

Un altro problema può essere il deficit di anticorpi nella madre, sebbene in realtà non sia un problema così comune. Pur essendo animali ad alta produzione, una razione con il giusto livello proteico riesce a contrastare l’immunosoppressione. Ci sono tuttavia situazioni particolari in cui questo bilanciamento non riesce a mantenersi. Uno stress da caldo, infatti, determina un declino delle IgG plasmatiche nel preparto e riduzione del loro trasferimento dal flusso sanguigno alla mammella. Quindi, oltre a influire negativamente sulla fecondità, questa situazione si ripercuote anche sulla qualità del colostro.


Se il colostro è troppo ricco


Il prof. Cavirani ha osservato anche problematiche che possono derivare dall’assunzione di un colostro troppo ricco. Sono stati, infatti, rilevati casi di diarrea occorsi nelle prime ore dopo l’assunzione di colostro che non potevano essere dovuti a cause microbiche, in quanto intercorre un certo periodo di tempo tra l’infezione, la replicazione, la manifestazione del potere patogeno e la comparsa della malattia. Dato che il vitello era nato da poco questo intervallo non aveva avuto modo di trascorrere. È stato notato che i casi si concentravano in allevamenti da latte destinato alla produzione di Parmigiano Reggiano accreditati di un alto indice di caseificazione e ciò significa più alti livelli di caseina e grasso. In questi allevamenti la prevalenza di enterite neonatale era sovrapponibile agli altri, ma in essi si registravano molti più casi di insorgenza di enterite neonatale precoce, ossia entro 24 ore dalla nascita.

 

In questa situazione la causa della diarrea non è collegata alla presenza microbica, ma alla peggiore digeribilità di un colostro troppo ricco in grassi e proteine. Se a ciò si associa una situazione di basse temperature e di vitelli tenuti in gabbiette che non consentono grandi movimenti, si può incorrere a un blocco digestivo che causa diarrea, aggravata da cause microbiche solo in un secondo tempo. Si determina FPT che non è più la causa di diarrea, ma che è causata dalla stessa.


Vaccinazione delle madri


Se in allevamento vi è un problema di FPT, la vaccinazione delle madri non si traduce in un aumento dei livelli anticorpali nel vitello. Il fatto che l’enterite non si risolva pur con l’utilizzo di vaccinazione non significa che la vaccinazione non funzioni, ma che la madre, anche se produce correttamente gli anticorpi, non riesce a trasferirli al vitello.

 

Negli Stati Uniti si ricorre alla vaccinazione del vitello per via orale. Non si tratta di una vera e propria immunizzazione, ma di un’azione meccanica di saturazione dei recettori. Quando il virus arriva non riesce a penetrare nell’organismo, in quanto trova i recettori già occupati dal ceppo vaccinale.

 

Questa strategia ha però dei limiti. Innanzitutto in Italia non esiste alcun vaccino registrato per via orale; inoltre, questo meccanismo è totalmente inefficace nel caso di malattie batteriche che non sfruttano la stessa modalità di penetrazione nell’organismo ospite. Altro fattore limitante è la necessità di somministrare il vaccino prima dell’assunzione del colostro, in quanto gli anticorpi colostrali disattivano l’antigene vaccinale, impedendogli di bloccare i recettori.


Esistono dei ceppi di E. coli particolarmente aggressivi che non vengono contrastati dai vaccini commerciali. In tal caso può essere utile l’utilizzo di un vaccino stabulogeno. Si ricorda tuttavia che un vaccino stabulogeno deve essere complementare a un vaccino commerciale, ma non deve sostituirsi ad esso.


Calf Care Solutions di Virbac


Virbac, consapevole dell’importanza della rimonta, offre una linea di prodotti per la vitellaia: Calf Care Solutions per la diagnosi, la prevenzione e il trattamento.
Questo tema è stato trattato dal dr. Marco Di Pietro, Technical and Marketing Manager Virbac, che ha voluto innanzitutto sottolineare come trascurare la gestione del giovane bestiame possa comportare il rischio di avere animali che da adulti non raggiungano la loro massima potenzialità produttiva e che quindi non esprimano tutto il loro potenziale genetico. Ciò inoltre si ripercuote negativamente anche sulla longevità dell’animale.

 

Com’è noto, gli obiettivi per la rimonta sono quelli di ottimizzare la crescita, il benessere e lo svezzamento, minimizzando i problemi sanitari per poter raggiungere il primo parto appena possibile, massimizzando la fertilità e il rilevamento dei calori. Per raggiungere questi obiettivi, Virbac offre una linea di prodotti dedicati alla vitellaia per la diagnosi, la prevenzione e il trattamento delle problematiche che possono insorgere in questa fase così delicata.
Per la diagnosi in campo, Speed V-Diar consente un’identificazione semplice, rapida e accurata in stalla di Rotavirus, Coronavirus, Cryptosporidium e E. coli F5. 


Per quanto riguarda la prevenzione, il vaccino Virbac garantisce l’incremento dell’immunità materna in maniera da prevenire le enteriti neonatali. La vaccinazione delle madri durante il periodo di asciutta consente di aumentare gli anticorpi nel colostro, garantendo una maggior protezione al vitello, che può crescere più sano e più forte, migliorandone le performance. In vitellaia viene ridotta l’escrezione di patogeni, con il conseguente calo del numero di enteriti, che si presentano tra l’altro di minore gravità.

 

Per il trattamento delle enteriti, Virbac propone prodotti per una terapia idratante specifica che possono essere somministrati in caso di ipertermia, leggero abbattimento e con suzione presente. La reidratazione compensa le perdite idro-elettrolitiche, corregge l’acidosi metabolica, e corregge o previene l’ipoglicemia. Completano la gamma un anticoccidico, antibiotici e antinfiammatori.

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