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Trifoglio pratense: una leguminosa foraggera da (ri)considerare con attenzione

Il trifoglio pratense è una leguminosa foraggera un tempo molto utilizzata nell’area padana, ma progressivamente abbandonata con la diffusione del silomais. Tuttavia, le caratteristiche di questa foraggera, la sua versatilità, la sua adattabilità all’insilamento, il favorevole apporto di acidi grassi omega 3 a latte e carni che assicura, la rendono una coltura estremamente moderna e la sua reintroduzione andrebbe attentamente considerata.

 

campo trifiglio pratense

Il trifoglio pratense è una foraggera leguminosa prativa a ciclo biennale, con radice fittonante, particolarmente adatta ai terreni a reazione subacida, che era ampiamente coltivata fino all’avvento del silomais, soprattutto nella Pianura padana, in coltura asciutta o irrigata, estendendosi anche fino alle pianure dell’Italia centrale. Occupava nel 1957 (dati dell’Annuario di statistica agraria) 450.000 ettari, scesi a 170.00 nel 1982 e oggi del tutto sporadica e non più segnalata come voce singola dai dati Istat.

Una così ampia estensione di allora in un territorio relativamente ristretto, e limitatamente alle aziende a lattifere, testimonia l’interesse che gli allevatori ponevano in tale coltura, apprezzandone le particolari qualità adatte per le bovine in lattazione, utilizzandone l’erba soprattutto come foraggiamento verde in stalla, non adattandosi bene alla fienagione se non in consociazione con graminacee, come nei prati polifiti.

 

L’introduzione del silomais fece contestualmente arretrate anche altre foraggere prative e gli erbai di allora; determinò la concentrazione degli allevamenti a lattifere nelle pianure irrigue, in particolare quella padana, con conseguente riduzione degli allevamenti negli ambienti declivi soprattutto appenninici, contribuendo così, come concausa, all’abbandono di vastissime aree.

Quando, verso la fine degli anni ‘70, si mise a punto, con il prof. Andrea Canale e il prof. Angelo Ciotti, la tecnica di insilamento dei foraggi prativi, si realizzarono anche sperimentazioni con tale obiettivo, in numero di quattro, anche sul trifoglio pratense. Tuttavia, si determinò inizialmente la diffusione del loglio italico e poi dell’erba medica insilati: il primo in successione stretta al silomais, al fine di massimizzare la produzione annua di foraggio; la seconda per inserire nell’avvicendamento colturale una leguminosa miglioratrice e per sostenere la produzione aziendale di proteine. Il trifoglio pratense rimase però in sordina, anche per la complessità dell’argomento ad esso legato, che ostacolò allora la sua divulgazione.

Contemporaneamente, cioè dal principio degli anni ‘80, iniziarono sul piano internazionale, intense indagini sulle caratteristiche qualitative degli insilati di trifoglio pratense e della sua utilizzazione, volte a verificare le conoscenze empiriche tradizionali, molto promettenti, su tale foraggera, estendendo la ricerca in tutti questi ultimi 40 anni. È stata raccolta questa sperimentazione, comprensiva di quella di quei primi anni, in un testo appena pubblicato con il patrocinio dell’Accademia di Agricoltura di Torino.

Dalla citata revisione, si traggono gli elementi più significativi di carattere applicativo che derivano dalle ricerche in esso esposte, trascurando in questo articolo di analizzarle singolarmente. Verranno esaminate pertanto le principali caratteristiche qualitative e produttive dell’erba e dell’insilato di trifoglio pratense, in confronto con quelle dell’erba medica come è esposto nelle ricerche stesse, seguite dagli aspetti operativi per la sua coltivazione e utilizzazione, terminando con la descrizione delle prime esperienze aziendali degli ultimi due anni effettuate in provincia di Torino. Si annota che il Piemonte era un ambiente di elezione per tale leguminosa e vi era coltivato l’ecotipo “Spadone” come trifoglio pratense per antonomasia, ma tutta la Pianura Padane ne è un ambiente elettivo.

In questi ambienti il confronto con l’insilato di erba medica è prevalentemente a favore del trifoglio, ed è per questo che auspichiamo la reintroduzione della sua coltivazione. Va citato che la coltura del trifoglio pratense è la seconda negli Stati Uniti dopo quella della medica e che è estesamente diffusa nel Nord Europa, particolarmente Svezia e Finlandia, dove il silomais non è ancora divulgato.

Le caratteristiche del trifoglio pratense


Verranno analizzate di seguito le caratteristiche di insilabilità, nutrizionali, produttive e qualitative del trifoglio pratense, queste ultime per l’aspetto dei contenuti di acidi polinsaturi del grasso del latte e in confronto con quelle dell’erba medica.

Insilabilità


Il trifoglio pratense si insila bene perché ha un tenore piuttosto elevato di zuccheri (CSA, carboidrati solubili in acqua), mediamente sui 120-130 g/kg di sostanza secca (SS), superiore di circa il 30% a quello della medica, e un potere tampone relativamente basso, inferiore di circa il 30% a quello egualmente della medica. Gli zuccheri del trifoglio si…


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